Eppure ero felice …

Nella foto mio padre il giorno di Pasqua del 1956

Questa sera niente ricette … ma voglio raccontarvi una storia dove comunque il cibo centra sempre.
Non sono certo io la più adatta su questo blog a raccontarle … ma spero comunque di farvi arrivare la stessa emozione che ho provato io, quando questo pomeriggio, mi è stata raccontata da mio padre.

Nel corso dell’anno non erano molti i giorni che venivano sottolineati con particolare abbondanza di cibo.
Se si escludono i periodi dedicati ai grandi lavori (mietitura, trebbiatura e la vendemmia) che vedevano la presenza di commensali non appartenenti alla famiglia, coi quali bisognava fare bella figura e allora si preparava qualcosa in più da mettere in tavola, le ricorrenze in cui si mangiava in modo molto più ricco del solito, erano il Natale, il Martedì grasso e la Pasqua.
Non tutte le famiglie avevano la possibilità di mettere in tavola la stessa varietà e quantità di cibo, ma tutti cercavano di dimenticare per un giorno la parsimoniosa prudenza con la quale facevano uso delle risorse familiari e dedicavano il massimo della cura alla preparazione delle vivande.
Tutto veniva comunque allestito cercando di non dover usare roba comprata e quando ad essa si ricorreva, il fatto era sottolineato come un lusso riservato a pochi, o alle grandi occasioni.
Natale, con la pastasciutta condita con il sugo del coniglio, per secondo il coniglio stufato, per dolce i cavalucci fatti in casa e se andava bene un piccolo panforte o qualche agrume tipo arance o mandarini, se si potevano comprare.
Io ero fortunato, perché avevamo i conigli e qualche gallina.
Il Carnevale invece era il più ricco di tutto l’anno dal punto di vista gastronomico, per questo motivo si dice “grasso”.
Ben due pasti erano a base di carne.
Il pollame compariva raramente nel menù familiare, perché la sua vendita costituiva una delle poche fonti di guadagno per la famiglia, ma nel periodo del carnevale, ci si poteva abbandonare alle più audaci follie e allora si poteva magiare anche la gallina.
Piatto tipico di questa ricorrenza erano le polpette di carnevale e le cime di rapa, ma la cosa più buona e tipica erano i dolci, struffoli, cenci, tutto fritto.
Durante la quaresima si rispettava i giorni di magro, nei quali si rinunciava anche a l’uso del grasso animale, che abitualmente si usava per insaporire i cibi.
Erano quindi i legumi specialmente i fagioli a fare da piatto forte e se si poteva, si portava in tavola del pesce.
Pesce di mare conservato si intende, tipo il baccalà, l’aringa e le acciughe che venivano consumati insieme ai sapori dell’orto con molta parsimonia.
L’aringa appesa sotto al camino, veniva fatta durare per tutta la quaresima, ci si poteva strofinare il pane durante la settimana, ma solo il venerdì santo la si poteva mangiare un pezzo ciascuno.
La Pasqua era la festa delle uova e non quelle di cioccolato, era la giornata della schiacciata con i ciccioli, che si mangiava a colazione insieme alle uova sode benedette e a dolci fatti in casa e visto che la colazione era stata abbondante, a pranzo, tagliatini in brodo e gallina lessa.
Se andava bene al posto del coniglio sempre stufato ci poteva essere un anatra.
Il pane non mancava mai, si faceva in casa ma non tutti i giorni, solo quando si decideva di accendere il forno dove veniva poi cotto.

 

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